Ventidue anni senza Angelo: l'appello della famiglia Iaconeta ai pentiti della mafia garganica
Era un caldo giorno di luglio del 2003 quando Angelo Iaconeta, allora 37enne, scomparve nel nulla. Da quel momento, la sua famiglia vive un incubo che sembra non avere fine. Oggi, a distanza di 22 anni, i genitori e la sorella non si rassegnano e tornano a chiedere giustizia: vogliono sapere cosa è accaduto ad Angelo e, soprattutto, dove poter ritrovare i suoi resti.
Angelo lavorava come guardiano in un lido balneare e conduceva una vita semplice. L’ultima traccia di lui è legata alla sua Fiat Uno bianca, con cui si allontanò prima di svanire per sempre. Un mese dopo la sua auto venne ritrovata nella Foresta Umbra, in un parcheggio: chiusa, con i documenti e le chiavi all’interno, ma di Angelo nessuna traccia. Da allora, silenzi e omertà hanno avvolto la sua scomparsa, come un’ombra su Mattinata, un piccolo centro di appena 6.000 abitanti nel cuore del Gargano.
La sua vicenda è una delle quattro sparizioni legate alla “lupara bianca” che hanno segnato la comunità di Mattinata: Francesco Simone (25 anni) nel 2009, Francesco Li Bergolis (41 anni) nel 2011 e Francesco Armiento (29 anni) nel 2016. Quattro vite spezzate, quattro famiglie rimaste senza risposte.
Un appello per la veritÃ
Oggi la famiglia di Angelo, attraverso il loro legale, l’avvocato Pierpaolo Fischetti, si rivolge con forza allo Stato, alle forze di polizia e ai collaboratori di giustizia della mafia garganica: "Non possono non sapere. Fate domande a chi ha deciso di collaborare, a chi conosce i segreti di questa terra. Chiediamo la verità sulla scomparsa di Angelo e speriamo di poter ritrovare i suoi resti".
In questi anni, grazie ai 12 pentiti di mafia che hanno iniziato a collaborare con la giustizia, alcune luci si sono accese su crimini rimasti troppo a lungo nascosti nel Gargano. Ma per la famiglia Iaconeta, il tempo non ha portato risposte, solo dolore e una lunga attesa.
Il dolore di una famiglia che non si arrende
I genitori di Angelo vivono questo dramma con il peso degli anni che avanzano. Ogni giorno, la madre e il padre si chiedono se potranno mai conoscere la verità prima che sia troppo tardi. La sorella, con la forza della disperazione, cerca di mantenere viva l’attenzione sul caso, sperando che qualcuno trovi il coraggio di parlare.
“Angelo era una persona buona, lavorava onestamente. Non possiamo accettare che scompaia così, inghiottito dal silenzio e dall’omertà . Meritiamo di sapere cosa gli è accaduto e dove poterlo piangere”, dicono con una dignità che commuove.
Un grido di giustizia per tutto il Gargano
La vicenda di Angelo Iaconeta è il simbolo di un territorio che per troppo tempo è rimasto vittima delle faide mafiose. La “lupara bianca” è una ferita che ha marchiato il Gargano, un luogo di straordinaria bellezza dove, però, si nascondono storie di dolore e crimine.
La speranza della famiglia è che questo appello pubblico possa finalmente smuovere le coscienze. “Abbiamo fiducia nelle istituzioni, ma serve coraggio. Chi sa, parli. Non c’è pace senza verità , e noi non ci fermeremo fino a quando non la otterremo”.
Una comunità intera dovrebbe unirsi a questo appello, affinché il nome di Angelo, e di tutte le altre vittime, non venga dimenticato. Perché anche il Gargano merita un futuro libero dalla paura.
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