"Una storia vera". Il "Mio battesimo operativo". Storia di un 18enne infiltrato in una città del sud Italia - NOC Press

"Una storia vera". Il "Mio battesimo operativo". Storia di un 18enne infiltrato in una città del sud Italia




Sono passati anni, ma ci sono esperienze che non si cancellano mai. Il mio battesimo operativo è uno di quei momenti che mi accompagna ancora oggi, un ricordo vivido che si mescola con emozioni contrastanti: paura, adrenalina e una disillusione che cresce lentamente, man mano che uno si addentra in un mondo che, per la maggior parte delle persone, rimane un'idea astratta.

Avevo 18 anni quando tutto iniziò. Prima di quel momento, la mia vita si svolgeva tra la scuola e la quotidianità di un ragazzo che, come tanti, viveva con pochi riferimenti concreti. I miei genitori erano scomparsi da anni, e crescere da solo, senza un vero punto di riferimento, mi aveva costretto a fare affidamento solo su me stesso. L'assenza di una famiglia che mi guidasse aveva reso la mia vita un po' più dura, ma anche più resiliente. E fu in quel contesto che la “Guida” tornò a cercarmi.

La "Guida", così chiamata perché ricopriva il ruolo di Capo distretto del sud Italia, un Poliziotto al servizio di agenzie governative, mi trovò, come sempre, all'uscita di scuola, a bordo della solita auto, con le solite facce. Quella sera, però, l'atmosfera era diversa. Mi dissero che avevano bisogno di me in una città del sud, dove alcuni poliziotti non stavano facendo il loro dovere, ma erano invece coinvolti in traffici illeciti di auto rubate, droga e merce sequestrata. E io? Dovevo infiltrarmi, ottenere informazioni, raccogliere prove e smascherare tutto.

Mi chiesero di avvicinare quei poliziotti, di entrare nel loro mondo, di iniziare una collaborazione apparentemente innocente, come l’acquisto di un’auto di grossa cilindrata, frutto di traffico illecito. Mi avrebbero fornito contatti, numeri, e una lista di chi dovevo seguire, con l'obiettivo di raccogliere informazioni tramite registrazioni ambientali, identificare luoghi di scambio e scoprire dove veniva nascosta la merce rubata.

Non ero un investigatore, ero solo un ragazzo di 18 anni, orfano di entrambi i genitori, ma quella realtà che mi veniva proposta era troppo seducente per rifiutarla. Iniziai con il poliziotto più giovane del gruppo, quello che ostentava la sua personalità da “leader”. Lo blandivo, facendolo sentire speciale, facendogli credere che fosse una persona importante. Non ci volle molto prima che cominciassimo a frequentarci. Lui viveva da solo, circondato da donne e alcol, una vita di svago, e spesso aveva bisogno di qualcuno che lo riportasse a casa.

Con il tempo, guadagnai la sua fiducia. Non solo mi portava ovunque, ma cominciai a diventare una sorta di figura di riferimento. La situazione degenerò il giorno in cui mi chiese di accompagnarlo a un incontro fuori città. Arrivammo in un luogo isolato, un podere dimenticato dal mondo. Là, tre auto di grossa cilindrata si fermarono. Rimanemmo in attesa, e l’atmosfera si fece pesante. La paura iniziò a serpeggiare in me. Poi, il mio contatto estrasse una bustina dal giubbotto, la aprì e sniffò una polverina bianca: cocaina. Mi disse che andava meglio e mi invitò a seguirlo.

Il lavoro divenne sempre più pericoloso, ma al contempo la mia posizione nel gruppo cresceva. Con il tempo, mi vennero affidati incarichi sempre più rischiosi. Ogni settimana, mi occupavo delle consegne di pacchetti, tutti contenenti cocaina. Ogni viaggio era un rischio, ma i guadagni erano alti. In sei mesi, accumulai una fortuna. Tuttavia, la spirale di denaro, donne e droga cominciò a mostrare il suo lato oscuro. La banda stava diventando troppo visibile.

Un sabato, durante una serata in discoteca, l’episodio che segnò il confine. Un membro del gruppo si avventò su una donna che stava parlando con un altro uomo. La violenza fu inaudita, un’aggressione senza senso che mi mise a disagio. Cercai di fermarlo, ma la colluttazione esplose, finché non arrivarono i carabinieri. Tutti fuggirono, e io rimasi lì, a spiegare cosa fosse successo. La paura mi paralizzò, ma fu il momento in cui cominciai a vedere le cose con occhi diversi.

Le cose presero una piega diversa. Pur avendo guadagnato una posizione di fiducia, con incarichi sempre più prestigiosi e pericolosi, il mio nome cominciò a spuntare nelle indagini interne della polizia. Un giorno, due agenti mi fermarono, sospettando che l’auto che avevo acquistato fosse contraffatta. Mi portarono in questura, e lì, per la prima volta, mi sentii trattato come un criminale. La verità emerse presto, grazie a un altro poliziotto che mi conosceva. La situazione si risolse, ma non senza lasciare cicatrici. Sentii il peso di aver toccato con mano la corruzione, e quanto fosse difficile uscirne.

Il mio lavoro culminò in un dossier che, dopo due anni di infiltrazione in quella questura del sud Italia, consegnai alla Guida. Le indagini partirono, e in pochi mesi i poliziotti corrotti furono trasferiti. Alcuni furono arrestati grazie a intercettazioni telefoniche. La mia parte era finita. Il mio ingaggio si concluse con il dovuto compenso per il lavoro svolto, ma la soddisfazione più grande fu quella di aver contribuito a fermare un sistema marcio.

Quella parte della mia vita è stata un lungo viaggio, una serie di scelte che mi hanno portato a guardare dentro me stesso e a comprendere il vero prezzo della corruzione. Oggi posso dire di aver fatto qualcosa di giusto, ma ciò non toglie che quei ricordi rimarranno indelebili, un segno di ciò che ho visto e fatto, una lezione che mi accompagnerà per sempre.
 
 
NOC (Non Official Cover)

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